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"Chiamami col tuo nome", un film da Oscar sull’amore

A Los Angeles la pellicola di Luca Guadagnino, candidata a quattro statuette, vince il premio per la miglior sceneggiatura non originale

di Davide Lamagni

Uno dei motivi per essere felici nella vita è quello di essere fedeli al proprio desiderio. Questo almeno secondo Lacan, il famoso psicoanalista francese, che vedeva nel desiderio una vocazione in grado di orientare, guidare e strutturare l’esistenza. Non qualcosa di disciplinato o domato, piuttosto una vocazione da vivere con responsabilità. Ma come si può essere responsabili del proprio desiderio, che per sua natura sovrasta e decide per noi senza chiedere il permesso?
Una risposta la troviamo in una delle scene finali del film Chiamami col tuo nome (fresco vincitore dell’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale), nel toccante monologo-confessione che il padre di Elio rivolge al figlio: “Ricordati, cuore e corpo ci vengono dati una volta sola (…). Adesso soffri. Non invidio il dolore in sé. Ma te lo invidio, questo dolore. Soffochiamo così tanto di noi, per stare meglio, che a trent’anni siamo totalmente prosciugati, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire. Ma non provare niente per non rischiare di provare qualcosa... che spreco!”. 
È l’amore inteso non come possesso, ma come espropriazione di sé. Un messaggio controcorrente, che cozza con il nostro tempo, in cui le parole amore e sesso vengono spesso trattate con il linguaggio rozzo dello stupro, della molestia che sfocia in violenza e del consumo.

L’ultimo film di Luca Guadagnino, tratto dall’omonimo romanzo del 2007 di André Aciman, racconta invece una dimensione umana, fatta di intimità, di sensualità, di estetica, di cultura, in cui viene portato in scena il desiderio nel momento della nascita, della rivelazione improvvisa e sconvolgente. Vincitore del già citato premio Oscar, del premio Bafta 2018 (sempre per la miglior sceneggiatura non originale) e di numerosi altri premi, candidato a quattro statuette - miglior film, miglior attore protagonista (Timothée Chalamet alias Elio), miglior sceneggiatura non orginale (di James Ivory), miglior canzone originale (Mistery of love di Sufjan Stevens) -, il film racconta dell’incontro tra il diciassettenne Elio e il ventiquattrenne Oliver (Armie Hammer), arrivato ospite nella sua casa estiva in provincia di Crema, per lavorare alla tesi di dottorato con il padre, un illustre professore universitario specializzato in archeologia.
Siamo nell’Italia del 1983, Beppe Grillo fa capolino da un televisore acceso, a tavola si discute su Bettino Craxi e alla radio passano le canzoni dell’epoca: da J’adore Venise di Loredana Bertè a Paris Latino dei Bandolero, da Words (Don’t Come Easy) di F.R. David a Love My Way degli Psychedelic Furs. Fino alle note di Radio Varsavia di Franco Battiato.

Oliver è un ragazzo particolare, colto, bello, sicuro di sé, all’apparenza sfrontato e aperto. “Later”, dice sempre ogni volta che saluta qualcuno. Tutte caratteristiche che affascinano il giovane Elio, che studia musica, fa il filo alle amiche, va in bicicletta, nuota e come ogni anno “aspetta che l’estate finisca”.
Presto tutto cambia, inaspettatamente. Infatti, nonostante un timido approccio nei confronti di Marzia, una coetanea che si è presa una cotta per lui, Elio capisce che quella con Oliver non è una semplice amicizia. “È meglio parlare o morire?”, domanda il cavaliere alla principessa di cui è innamorato nel racconto citato da Aciman; lo stesso dilemma che si pone Elio, in preda al tormento faticosamente represso per Oliver. I due, inizialmente, si parlano a distanza, tra un ballo sul sagrato della chiesa, un tuffo in piscina e un giro in bici. Fino a quando, tra impressioni, smentite, sguardi, dubbi e tormenti, la loro relazione sboccia, in una piazza del paese, vicino al monumento dei caduti in guerra. 

Un film sull’Amore universale, da non etichettare, che rompe molti schemi, uscendo dalla cosiddetta “zona di comfort”, in cui Elio può scoprire, grazie anche alla lungimiranza e alla sconfinata cultura dei genitori, chi è l’altro e dargli un nome. Un nome che a quel punto diventa noto, perché l’altro diventa parte di sé e può chiamarlo, finalmente, col suo nome. Elio-Oliver, Oliver-Elio.